Introduzione

“Architetto chiamerò io colui il quale saprà, per mezzo di certe ragioni e regole, con la mente e con l’animo divisare, e con l’opera recar a fine tutte quelle cose le quali, mediante movimenti di pesi congiungimenti et ammassamenti di corpi, si possono con grande dignità accomodare all’uso degli uomini; a far la qual cosa, bisogna che egli abbia cognizione di cose ottime ed eccellentissime e che egli le possegga fondatamente”
Ho scelto, per presentare questo nuovo diario di viaggio, questa citazione di Leon Battista Alberti perché è, a parer mio, una delle definizioni più generali e più belle nella forma, dei nostri compiti. Per quanto queste parole siano trascorse e facciano quindi parte del passato, non sono poi così distanti da quei tratti che ci contraddistinguono, in quanto architetti, per la nostra metodologia e approccio alla progettazione. Con la visione odierna di questa disciplina è facile rendersi conto che l’Architettura ha in sè molte più sfamature rispetto al passato ed è quindi possibile che lo studente che si affaccia, per la prima volta, su questa affascinante vetrina possa, in un certo senso, smarrire il fine primo del progettare. Il lavoro dell’architetto è stato ed è tuttora giudicato dall’opinione pubblica “poco chiaro”. La sua non chiarezza sta forse nel fatto che essere architetto significa essere un contenitore capace di assorbire tutto ciò che lo circonda, di annullarsi lasciandosi pervadere dalla spazialità in generale tralasciando la quieta e monotona razionalità delle cose per gettarsi nel caos del tutto e del niente. E’ proprio la parola “TUTTO” che più spaventa e rende questa dottrina “poco chiara” agli occhi del pubblico dato che questa entità materica -e non- si mostra inafferrabile e quindi impossibile da misurare. Questo assorbimento genera due estremi che non necessariamente debbono dialogare tra loro: Tecnico-Esecutivo ed Estetico-Decorativo. Il primo ovviamente garantisce il secondo se ci vogliamo rapportare al mondo del lavoro. Il secondo di conseguenza completa il primo ma allo stesso tempo non lo garantisce. Parlo di estremi anche se non si dovrebbe. In realtà il modo più sano di vivere l’architettura è quello di trovare l’equilibrio giusto fra le parti senza che queste si accavallino l’una sull’altra.
E’ quindi necessario che l’architetto le partorisca entrambe nel suo progetto e soprattutto, proprio come in un vero parto, che questa genesi sia mutevole nel tempo e nello spazio, proporzionata alla sua sensibilità e all’approfondimento di ciò che lo circonda.
Il fatto stesso che questa venga partorita dall’uomo evidenzia un’altra sua caratteristica peculiare. Essa somiglia ai suoi autori. E’ l’allegoria del suo artefice. L’architetto si mostra attraverso il suo operato. E’ proprio questo approccio che favorisce l’andamento ciclico di tutta la disciplina architettonica ( dal caos all’equilibro, al misurabile e viceversa ). ARK-IVIO nasce dall’auto educazione permessa dall’osservazione, piuttosto che dall’esperienza didattica. Lo scopo è appunto di analizzare l’operato architettonico attraverso la pura esperienza visiva. Il vedere va spesso oltre l’analisi o le interpretazioni simboliche. Consente perciò di spogliare gli oggetti della loro realtà ordinaria e di far emergere una visione potente, surrealista, dando vita a object à réaction poétique. Sono questi oggetti che più ci condizionano nel vivere quotidiano e nella maniera del progettare odierno ed è appunto di questo che ci occuperemo in ARK-IVIO.

nico’ sei sempre un fenomeno!
Grazie ciccio! Detto da te è più di un semplice complimento.